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Imparare ad ascoltare: ascolto attivo ed empatia

Parliamo di ascolto attivo: “La cosa più importante nella comunicazione è ascoltare ciò che non viene detto” (Peter F.Druker1)

Trattando il tema della comunicazione e non possiamo non notare come spesso facciamo l’errore di limitare il messaggio che recepiamo a quello che captiamo dalle parole che ci vengono dette.  Non facciamo così caso a tutta una serie di messaggi che vengono trasmessi in modo conscio o inconscio dal nostro interlocutore, messaggi con significati spesso più importanti di quelli che inizialmente siamo portati a percepire.

La nostra comunicazione quotidiana è infatti viziata da comportamenti che ormai mettiamo in atto senza neppure farci caso.

Pensiamo ad esempio a quanto è sedimentato in noi il modo di comunicare che ci porta a parlare, senza quasi mai ascoltare. Vi sarà capitato tante volte di essere nel bel mezzo di una discussione e, mentre l’altro parla, già avere in bocca una risposta.

Le persone non ascoltano, aspettano solo il loro turno per parlare.

Il lavoro da fare per imparare a gettare un ponte tra noi e la persona con cui siamo in relazione non è semplice, occorre imparare a controllare le reazioni, i giudizi affrettati, dobbiamo allenarci all’ascolto empatico sia dei propri bisogni, sia delle esigenze degli altri.

Prestare attenzione a chi ci parla, senza interromperlo, senza prevaricarlo con osservazioni e giudizi affrettati, richiede una forte presenza ed è veramente difficile ascoltare senza farsi travolgere dall’impulso di rassicurare, dare consigli ed esprimere i nostri sentimenti.

C’è quindi necessità di rivedere il proprio modo di proporsi nella comunicazione, attraverso una introspezione che può essere a tratti anche dolorosa ma d’altra parte dobbiamo capire che non è facile impadronirsi di uno strumento così complesso e solo apparentemente scontato.

Nei diversi ruoli che ogni giorno dobbiamo rivestire come genitori, coniugi, figli, amici, lavoratori, possiamo imparare a porci in ascolto, ad esprimere con coerenza i nostri bisogni e ascoltare gli altri in modo che le parole non siano soltanto udite, ma comprese fino in fondo. La comprensione profonda smorzerà l’aggressività, forse eliminerà la violenza di certe risposte, di tanti giudizi gratuiti, restituendoci un modo di relazionarci soddisfacente, pieno, appagante.

Erodoto diceva:Gli uomini si fidano delle orecchie meno che degli occhi”, Zenone di Cizio, qualche anno dopo, ribadiva: La ragione per cui abbiamo due orecchie ed una sola bocca è che dobbiamo ascoltare di più e parlare di meno”.

Il tema dell’ascolto, come possiamo vedere, ha interessato storicamente molte civiltà, culture e filosofie ed ancora oggi è al centro del dibattito.

Saper comunicare efficacemente presuppone infatti saper utilizzare quell’insieme di segni e messaggi verbali e non verbali che consentano di trasferire ad altri informazioni ma anche emozioni e sentimenti in una relazione fruttuosa che ha permesso l’evoluzione e la crescita della nostra specie.

La comunicazione  è un processo di andata e ritorno, affinché sia efficace occorre quindi saper diffondere il proprio messaggio ma anche saper ascoltare quello che gli altri vogliono trasferire a noi in modo che da una comunicazione efficace si passi ad una relazione efficace.

Da qui l’importanza di comprendere il significato del verbo “ascoltare”, troppo spesso confuso con il verbo “udire/sentire”.

In quest’ultimo caso il destinatario del messaggio si limita a rilevare il messaggio con gli organi di senso, nel primo invece si mettono in atto una serie di azioni e comportamenti partecipati, al fine di comprendere ciò che ci viene detto con particolare attenzione al significato ed al contatto emotivo che viene posto in essere nella trasmissione del messaggio.

Approfondiamo quindi l’ascolto attivo per imparare a creare relazioni efficaci e ad essere attori e non spettatori della nostra rete relazionale.

Diceva Sir Winston Churchill: Il coraggio è quello che ci vuole per alzarsi e parlare; il coraggio è anche quello che ci vuole per sedersi ed ascoltare”

Soprattutto oggi, con l’avvento dei social media, siamo sempre più inondati di messaggi ma non siamo capaci di ascoltare e di comunicare davvero, ci sfugge la “presenza comunicativa”, ci sfuggono le emozioni.

Quante volte è capitato, nella vita di ognuno di noi, di avere l’impressione di parlare e di non essere ascoltati? Quante volte mentre qualcuno ci parlava ci siamo trovati a pensare ad altro?

IN questo tipo di “scambio”, le emozioni sono completamente dimenticate, non c’è coinvolgimento, eppure dobbiamo sapere che emozioni e comunicazione sono fortemente correlate, quando si toccano emozioni molto intense, le parole diventano addirittura quasi inutili perché sopraffatte dalle sensazioni dettate dall’emozione stessa.

L’ascolto è quindi un processo olistico che assorbe tutta la nostra attenzione e ci rende totalmente partecipi degli input che provengono dal nostro interlocutore. Se ci alleniamo ad “ascoltare” veramente, impariamo a percepire di più, a leggere oltre le parole, oltre il contesto.

La “percezione aumentata” può persino arrivare a potenziare i sistemi sensoriali, a renderli più affinati fino a cogliere anche microespressioni facciali della durata inferiore a 1/10 di secondo e non vi è dubbio che quando siamo più acuti nel cogliere, nel percepire, nell’ascoltare, diventiamo persone diverse noi stessi. Cambiamo dentro.

L’ascolto può arrivare a definirsi “empatico” quando davvero siamo riusciti a “entrare nel mondo del nostro interlocutore”, capire come la pensa, capire come ragiona, cogliere le sfumature del suo pensiero e capire perché la pensa così all’interno del suo sistema di credenze, convinzioni ed emozioni.

Quanto sarebbe più facile giocare a poker se sapessimo vedere le carte che l’avversario ha in mano? Se sapessimo se sta barando o se dice la verità? Con l’ascolto attico questo è possibile, ci permette di smettere di giocare al buio e di iniziare a farlo a carte scoperte!

Possiamo quindi affermare che le persone che sanno ascoltare, hanno un vantaggio competitivo sugli altri: sanno cogliere più informazioni, sanno percepire di più, sanno entrare in connessione neurale con altre menti.

Veniamo adesso ad un concetto che può esserci utile, quello di risonanza emotiva.

Le risonanze emotive sono “eco delle emozioni”, riportano nuovo contenuto su un piano diverso e arricchiscono l’ascolto.

E’ possibile esercitarsi a “sentire” le risonanze emotive per arrivare più vicini possibile alla verità delle cose. Mentre l’ascolto tradizionale si concentra sulla parola, l’ascolto empatico si concentra più sul cogliere le emozioni. Le emozioni dell’altro hanno una vibrazione, le nostre anche, e si crea un vero e proprio momento di risonanza.

Quando capisco che stanno risuonando emozioni nell’altra persona, siamo nell’ascolto sensibile, quando inizio ad interessarmi, a cercare di capire che tipo di emozioni stiano risuonando, stiamo entrando nell’ascolto empatico.

In fisica questo fenomeno viene chiamato “modello di interferenza tra due fonti singolari” con la differenza che quello che per la fisica è interferenza, per chi lavora sull’ascolto e sulla ricerca di empatia, è ricchezza e sensibilità. Quando udiamo o percepiamo qualcosa che risuona in noi, abbiamo ascoltato.

Scriveva (Norbert Elias):Questo è uno dei maggiori sostegni dell’esistenza umana: trovare risonanza emotiva in altri uomini ai quali si è affezionati e la cui presenza suscita un caldo sentimento di appartenenza. Questa reciproca conferma mediante i sentimenti, la risonanza emotiva tra due o più persone, ha un ruolo centrale nel conferire un significato e un senso di appagamento all’esistenza”.

Daniele Trevisani spiega questo concetto paragonando l’ascolto a un fiume. Se l’ascolto fosse un fiume, avremo un ascolto semplice, che si limita a guardare l’acqua passivamente e distrattamente, pensando ad altro, e un ascolto empatico “oltre le parole”, che va ad osservare con attenzione anche i sottili mulinelli dell’acqua, una barca, un tronco trasportato, e la velocità della corrente, e tutto quanto il flusso possibile di segnali che scorgiamo nell’ambiente.

Impariamo quindi ad ascoltare nel modo giusto, imparando prima di tutto cosa NON fare.

I principali errori che non permettono un ascolto di qualità sono:

  • –  Aver fretta di arrivare alle conclusioni senza argomentare
  • –  Vedere soltanto il proprio punto di vista senza cambiare prospettiva
  • –  Non ascoltare le proprie e le altrui emozioni
  • –  Non saper gestire i dissensi
  • –  Non far caso alla comunicazione para-verbale e non verbale dell’interlocutore
  • –  Fare interpretazioni
  • –  Giudicare
  • –  Consigliare
  • –  Identificarsi
  • –  Moralizzare
  • –  Etichettare
  • –  Dogmatizzare
  • –  Assolutizzare
  • –  Disconfermare
  • –  Interrompere chi sta parlando
  • –  Ascoltare in modo schermato o discorsivo
  • –  Ascoltare in modo apatico o passivo, in una condizione di “assenza mentale”, privi di energia, stanchi, distratti
  • –  Ascoltare a tratti, questo è un meccanismo che crea un ascolto pessimo
  • –  Ascoltare solo per aver conferma di avere ragione (il cosiddetto ascolto confirmativo)
  • –  Ascoltare utilizzando solo il proprio filtro di opinioni e di valori senza accettare che ve ne possano essere altri (il cosiddetto ascolto filtrato)
  • – Ascolto “in cloud” ovvero ascolto tra le nuvole, quando ascoltiamo mentre la nostra testa è immersa in altri pensieri ed è quindi deconcentrata

Ecco quindi che occorre imparare ad ascoltare e ad ascoltarci, ritrovando nella conversazione, il piacere di un’esperienza positiva.

Diceva Carl Rogers: “La nostra prima reazione di fronte all’affermazione di un altro è una valutazione o un giudizio, anziché uno sforzo di comprensione. Quando qualcuno esprime un sentimento o un atteggiamento o un’opinione tendiamo subito a pensare “è ingiusto”, “è stupido”, “è anormale”, “è irragionevole”, “è scorretto”, “non è gentile”. Molto di rado ci permettiamo di “capire” esattamente quale sia per lui il significato dell’affermazione”

La componente più difficile dell’ascolto empatico è certamente la sospensione del giudizio. Se qualcuno dice “ho preso a calci mia moglie” o “ho abbandonato il mio cane in autostrada”, è praticamente impossibile non giudicare negativamente.

Ma la “sospensione” del giudizio significa appunto “sospenderlo”, non “farlo sparire”. Sospenderlo affinché si possa capire meglio cosa, dove, come, perché avvengono certe cose. Se non lo facessimo avremmo perso larga parte delle informazioni che invece potevano uscire.

Alcune importanti caratteristiche dell’ascolto attivo sono:

  • –  Non interrompere l’altro
  • –  Non giudicare e non esprimere giudizi che possano bloccare il flusso espressivo  dell’interlocutore
  • –  Ricapitolare di tanto in tanto quanto si è capito, riformulando all’occorrenza i punti critici e parafrasando
  • –  Non distrarsi pensando ad altro o facendo altre attività mentre l’interlocutore parla
  • –  Non correggere anche quando sei in disaccordo, rimani in ascolto
  • –  Non cercare di sopraffare l’altro
  • –  Non cercare di dominare l’altro
  • –  Non cercare di insegnare o impartire verità
  • –  Non parlare di te stesso
  • –  Testimonia interesse e partecipazione attraverso i segnali verbali e il linguaggio del corpo

Risulta particolarmente importante provare un interesse genuino e curiosità verso l’interlocutore, avere un reale desiderio di conoscere ed esplorare il vissuto dell’altra persona, agire un silenzio interiore che porti a creare uno stato di quiete emozionale per rispettare i suoi ritmi, predisporsi mentalmente al “tutto” riuscendo a far posto anche a materiali psichici pesanti come traumi, paure, tragedie personali, sogni, stati d’animo turbati che possono emergere, rimanendo centrati in un equilibrio mentale ed emozionale che non ci faccia sentire sopraffatti da quanto si ascolta.

Il silenzio è un punto cardine nell’ascolto attivo, un silenzio che non è fine a se stesso, possiamo definirlo un “silenzio attivo”, denso di profondi significati, colme spiega molto bene Eckhart Toll:

“Ciò che sta tra le parole è più importante delle parole. Non è il nulla, è un campo di energia. Il fatto stesso che tu possa notare i momenti di silenzio tra le parole, significa che tu stai portando la tua presenza mentale a quei momenti, e che sono significativi. Nel momento di pausa tra le frasi, puoi permetterti di non pensare, e se il divario diventa troppo lungo, noterai che riesci a pensare, o potresti anche non farlo. Questo andirivieni di pensieri è la cosa più importante da notare nell’intero ciclo della vita di una persona. Le sensazioni che si provano nel pensare, il poter pensare senza perdere consapevolezza di sè, sono momenti sacri, rari e nobili. Nella prospettiva di una mente ordinaria, il silenzio tra le parole sembra quasi un nulla, un niente, qualcosa che non sia nemmeno comprensibile. E invece, è il momento fondamentale dell’essere, della forma più importante dell’essere, quella che sta sullo sfondo, il background, la non-forma che costituisce la maggior parte di noi stessi. Il campo di consapevolezza comprende sia le parole e sia, soprattutto, il silenzio, i suoi significati, e ciò che emerge durante il silenzio, soprattutto quello che nasce dal silenzio: la percezione sensoriale, la quiete, il radicamento, la pace interiore. Tutto ciò che conta in questa sede è portare la presenza ai momenti di silenzio, di vuoto apparente, che rende possibili le parole stesse. Esiste una speciale abilità, l’abilità di stare allerta fuori dall’illusione del pensiero, fuori dall’illusione che porta ad identificarci con il continuo flusso dei pensieri. Mantenere la consapevolezza anche nei momenti di silenzio, significa conquistare l’auto-consapevolezza, la conoscenza dell’esistere anche senza bisogno delle “cose” tangibili, il sapere di essere, a prescindere di qualsiasi cosa accada. Ascoltare e apprezzare il silenzio non fa aumentare la conoscenza o i saperi pratici, ma fa aumentare la consapevolezza di sé”.

TESTI CONSULTATI PER LA REALIZZAZIONE DI QUESTO ARTICOLO

Howell W.S. (1982). The emphatic communicator. University of Minnesota: Wadsworth Publishing Company

Rosemberg M.B. (2003). Le parole sono finestre (oppure muri). Reggio Emilia: Esserci

Ruffini F.(2007). Stanislavskij: dal lavoro dell’attore al alvoro su di sé. Roma-Bari: Laterza

Sclavi M. (2003). Arte di ascoltare e mondi possibili. Milano: Bruno Mondadori

Trevisani D. (2019). Ascolto attivo ed empatia. Milano: FrancoAngeli

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